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Radio Alice, quando la musica creava legami, non algoritmi.

Nel 2026 ricorrono i cinquant’anni dalla nascita di Radio Alice, ricordata soprattutto per la sua drammatica chiusura nel marzo 1977, quando tutta la città ascoltò in diretta l’irruzione della polizia e l’arresto dei redattori, durante i disordini seguiti all’assassinio dello studente Francesco Lorusso. Una scena sonora passata alla storia della radiofonia e un capitolo significativo della repressione del movimento del ’77.

Ma Radio Alice fu prima di tutto la sua pratica rivoluzionaria di radio comunitaria, in onda dal febbraio 1976 con la massima libertà di espressione. Dell’archivio audio, purtroppo, resta poco: qualche cassetta e memorie pubblicate a frammenti (oggi reperibili su radioalice.org).

Radio Alice si espresse liberamente non solo con microfoni aperti a chi «non aveva avuto la parola», ma anche attraverso proposte musicali non commerciali e spazi non ingabbiati dal palinsesto: trasmettere interi album oggi è impensabile, eppure era un modo per scoprire nuovi generi, ascoltando in un tempo liberato e dilatato. Di notte soprattutto, quando le scalette si improvvisavano, arrivava sempre qualcuno con dischi portati da casa, o appena arrivati da Londra, o con cassette registrate dal vivo nelle cantine bolognesi.

Radio Alice divenne così un laboratorio sonoro: musiche, voci, telefonate, suoni, improvvisazioni, respiri, rumori, silenzi. Una pratica sonora anarchica e coinvolgente, dove il vissuto diventava pubblico attraverso il suono. Esattamente il contrario dell’intrattenimento: era uno spazio in cui entrare, un ambiente collettivo costruito con microfono, vinili, nastri e corpi. In un tempo in cui il suono chiedeva un contatto fisico.

Nel 1976, con l’avvento delle radio libere, alcune esperienze — le più coraggiose — ruppero sia con il monopolio precedente sia con il modello commerciale che avrebbe dominato dopo. La loro lezione, oggi, è ancora attuale: la musica è davvero libera solo quando non preclude alcun genere e non è ridotta a sottofondo, quando può essere ascoltata dall’inizio alla fine, insieme, nello stesso momento, come in un concerto invisibile.

Le radio libere furono, insieme ai concerti, uno spazio vivo per condividere lo spirito alternativo che attraversava punk, folk, psichedelia, canzone politica, classica, progressive… La musica fu un linguaggio aggregante di una cultura giovanile vasta e vibrante, che vi trovava un modo naturale di stare insieme.

Riflettere oggi su quell’esperienza significa interrogarsi sull’ascolto e sulla condivisione musicale in tempi di streaming, intelligenza artificiale e algoritmi di fruizione individualizzata. Un piccolo progetto di memoria e coscienza collettiva, capace forse di coinvolgere più generazioni.

Tra Hendrix e Beethoven, un esperimento di memoria sonora

Proviamo allora un esperimento di memoria sonora collettiva, riavvolgendo — un ricordo alla volta — un simbolico nastro dalla fine all’inizio: dai suoni concitati del 12 marzo 1977, con il microfono strappato e il concerto n.1 di Beethoven in sottofondo, fino al primo giorno di trasmissione, l’8 febbraio 1976, quando Ambrogio aprì la radio mettendo sul piatto The Star-Spangled Banner di Jimi Hendrix, l’inno americano distorto e urlato a Woodstock nel 1969. Un urlo contro la guerra.

Vogliamo sentire la tua voce

Se c’eri
Raccontaci i tuoi ascolti o le tue messe in onda su Radio Alice o nelle radio libere tra gli anni ’70 e ’80: le scoperte folgoranti, i brani insopportabili, le associazioni emotive indimenticabili, gli spazi o i gruppi musicali che frequentavi.

Se sei più giovane
Come pensi che la tecnologia stia cambiando il nostro modo di ascoltare? Quale artista di allora ti sembra ancora significativo? O quale album di oggi meriterebbe di essere trasmesso, per intero, su una radio davvero libera?

Se sei un’artista
Segnalaci idee o progetti che riprendano testi o suoni di quegli anni.

I contributi saranno raccolti su radioalice.org e saranno la base per realizzare un podcast e un progetto artistico.

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